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L'ESAME DI STATO HA ESAURITO, ORMAI, LA SUA FUNZIONE

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            In questi giorni è tornato di grande attualità  l’Esame di Stato. Poiché tutti ne parlano vorrei portare un contributo alla discussione perché sono convinto che “L’Esame di stato ha esaurito, ormai, la sua funzione”.

 Nulla muore come nasce ma tutto evolve per consumarsi e spegnersi.

            Quanto sopra vale anche per l’attuale Esame di Stato o ex Esame di maturità, come lo si vuol chiamare.

            Ormai l’esame di stato non è più, a parere del sottoscritto, né un esame inteso come “valutazione fondata su un’osservazione diretta e circostanziata” (Devoto- Oli: voce esame), né, tanto meno di Stato. Infatti gli indirizzi di studio si sono frammentati in tantissimi percorsi -spesso legati al territorio- ed in tantissime sperimentazioni che gli esami finali non possono essere più intesi “come quelli controllati dallo stato e aventi valore ufficiale per la concessione di determinati diplomi e abilitazioni” (Devoto- Oli: voce esame).  E’ risaputo ed è stato più volte riportato dalla stampa che ormai anche molte Università non danno alcun credito di veridicità alle valutazioni finali della scuola media superiore.

            Questa riflessione, maturata nel corso degli anni, è stata consolidata dalla continua esperienza diretta. Ritengo, infatti, che l’esame di stato con il passare del tempo, con l’adeguarsi alle mutate situazioni sociali e socio-culturali oltre che pedagogiche, sia andato sempre più perdendo la sua fisionomia oltre che la sua funzione che si è completamente e compiutamente esaurita con l’ultima versione quando ha assunto la forma di una semplice “recita a soggetto”.

            Allora riaffiorano i ricordi di quando gli esami erano veramente tali fin dalle elementari e la scuola era il luogo della progettazione del futuro proprio e della collettività.

            Mi tornano in mente, allora, tutti gli esami superati prima di arrivare al fatidico Esame di Stato ante 1969.

            Ricordo il primo, datato 1956 affrontato in terza elementare quando la commissione dei maestri firmando la “Pagella scolastica”, divisa in trimestri, dichiarava, promuovendomi alla classe quarta:“Ha completato gli studi del grado inferiore”. Avevo, allora, solo 9 anni.

            Il superamento di questo ostacolo, di questa prima verifica, mi portò poi, nel 1958, ad 11 anni, ad affrontare e sostenere l’esame di quinta elementare che come riportato sulla pagella con esso si attestava che avevo “completato gli studi del grado superiore del 2° ciclo”. A conferire particolare importanza a questo esame contribuiva anche il rilascio di un “Attestato di studio” che veniva allegato alla pagella e dava particolare significato al superamento di questo ostacolo che concludeva un primo ciclo di studi.

            E qui v’era il primo incrocio, il primo bivio importante, la prima decisione di vita, la prima scelta, la prima assunzione di responsabilità: percorrere la strada dell’ “Avviamento professionale”, per immettersi, da lì a pochi anni, nel mondo del lavoro oppure affrontare un nuovo esame per essere ammessi alla frequenza della “Scuola Media Statale”.

            Superato, quindi, l’esame di quinta elementare affrontai una nuova e diversa commissione per sostenere l’ “Esame di ammissione” alla Scuola media statale. La commissione doveva accertare il possesso o meno  di conoscenze, competenze e capacità che mi mettevano in grado di affrontare e percorrere il triennio della scuola media inteso come percorso di preparazione per l’accesso alla secondaria superiore.

            Conclusi il percorso della scuola media con l’esame di “Licenza media” ed il rilascio del relativo certificato.

            Superato questo nuovo ostacolo si aprivano le porte della scuola secondaria superiore per accedere al percorso dei licei o a quello degli istituti professionali.

            Avevo, ormai 14 anni ed era, questo, già il quarto esame, era già la quarta volta che affrontavo una commissione sempre nuova e costituita da membri sconosciuti. Dopo questo vaglio, superati gli anni della scuola secondaria superiore arrivai al fatidico “Esame di Stato” che affrontai con infinita trepidazione per la piena consapevolezza che esso rappresentava il primo vero esame della vita e la prima seria verifica circa le conoscenze acquisite, le competenze maturate e le capacità perfezionate.

            L’esame affrontato nel 1967, quindi prima della riforma del 1969, era un vero e proprio esame sostenuto di fronte ad una commissione costituita da commissari tutti esterni provenienti da scuole differenti e realtà territoriali e socio- economiche diverse. La commissione svolgeva approfondite e circostanziate verifiche su tutte le materie (tranne Religione) con riferimento a tutti i programmi dell’ultimo anno ed agganci e collegamenti significativi agli anni precedenti. Questo si, che era un esame, faticoso, difficile e impegnativo - tra l’altro aveva inizio il primo luglio- con il quale si concludeva un lungo e faticoso percorso di studio (e di vita) con il quale la commissione (per conto dello Stato) certificava l’acquisizione di conoscenze, di competenze e di capacità singole e specifiche. La seconda prova del Liceo Artistico –ad esempio- relativa allo sviluppo di un tema di progettazione architettonica aveva una durata di otto giorni con un impegno giornaliero di otto ore.

            Tutti gli esami elencati erano momenti significativi per la crescita rappresentando momenti di passaggio tra gli stadi evolutivi di una società che viaggiava secondo ritmi temporali molto più lunghi e molto più lenti rispetto ad oggi.

            Oggi ciò non è più vero, la scuola non è più il luogo di progettazione del futuro di cui gli esami ne rappresentano gli stadi principali, ma il luogo di consumo del presente.

            Oggi i momenti significativi della vita e di passaggio sono altri e collocati in altri ambiti mentre il tempo è in mutazione continua tanto che in moltissimi campi del quotidiano quanto certificato, ad esempio tre mesi fa, al presente è ampiamente superato.

            La scuola, purtroppo, né anticipa né riesce ad essere contemporanea alle mutanti realtà della società, ma solo  a seguire sempre con maggiore lentezza il ritmo dei tempi e così il ritardo culturale e il divario tra le generazioni che ne deriva aumenta sempre di più con una scuola che certifica spesso (quasi sempre) competenze e capacità ormai “vecchie e scadute”.

            Internet, l’informatica, l’e-learning, le lavagne interattive, i learning objects, i videofonini, l’uso di tecnologie sempre più sofisticate e software sempre più avanzati, complessi e completi, non fanno altro che incrementare, di giorno in giorno, il gap tra quanto sedimentatosi in una scuola statica che vive dentro una società sempre più dinamica.

            Da qui il formarsi e consolidarsi di anno in anno del fenomeno dell’ “analfabetismo di ritorno”.

            Se questo è vero, allora mi chiedo: a che serve certificare con un diploma e cristallizzare una situazione continuamente mutevole? Molto meglio e più onesto attestare, a conclusione del ciclo di studi, un percorso di conoscenze e lasciare, poi, alla vita ed alle esperienze l’espletamento del vero esame. Tanto ormai le percentuali dei promossi sono talmente alte che non hanno alcuna credibilità circa l’effettiva formazione ed il merito.

            Per questo reputo che gli esami di stato, come sono concepiti ed organizzati oggi, non servono a nulla e non hanno alcun significato. Essi non hanno alcun valore di verifica delle conoscenze né di vaglio della personalità dello studente perché le parti si conoscono da tempo e la recita (verifiche d’esame) è già stata provata e riprovata (ed anche imposta: leggi simulazioni) nel corso degli anni. L’esame finale si presenta, pertanto, come l’ennesima meschina recita a soggetto tra personaggi in cerca di un ruolo.

            In questo modo la media dei diplomati si allinea nella quantità con la media delle altre nazioni e l’Istituzione è salva, anche se per non creare frustrazioni genera illusioni che, poi, cadono immediatamente appena si mette il naso fuori dalla scuola e si attraversa la soglia che porta al mondo attivo del lavoro e delle professioni.

            Per questo penso che l’Esame di stato o torna al suo valore originario di operazione di “valutazione fondata su un’osservazione diretta e circostanziata” degli studenti altrimenti è meglio abolirlo completamente visto che rappresenta solo un costoso rituale senza finalità che questo Stato non può permettersi.

            Siccome la prima opzione è antistorica, rimane solo la seconda, quindi: poiché l’Esame di Stato ha esaurito, ormai, la sua funzione è meglio abolirlo completamente.

    Elio Fragassi

Data 27.11.2006

 

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